Mahahual e Playa del Carmen – L’Ombra americana sul messico

Avere uno sguardo critico significa avere uno punto di vista severo e non sempre benevolo nei confronti di qualcuno/qualcosa. Cercando di tenere questa linea non posso esimermi dall’evidenziare anche le note dolenti del Messico, ponendo l’accento sul massiccio sfruttamento turistico della riviera Maja e sull’inquinamento culturale e ambientale di questa regione. Dopo la parentesi tranquilla di Bacalar con l’intenzione di evitare rotte troppo turistiche decidiamo di raggiungere Mahahual descritto dai più come un tranquillo villaggio di pescatori. Dopo un breve tratto in colectivo giungiamo nel villaggio da noi prenotato. I presupposti sono dei migliori; bungalow ai piedi del mare. Il cielo è però di un grigiore pesante come in quelle giornate noiose e un po’ malinconiche. La location fa il resto. Non sono amante dei villaggi turistici e il nostro non mi fa certo cambiare opinione. Sembra di stare in una cattedrale nel deserto; molti bungalow ma poche persone e servizi. Decidiamo di continuare con il mood relax e ci rilassiamo a due passi dal mare. Siamo ai Caraibi ma i colori di terra e cielo sono in netto contrasto con l’immaginario comune. L’acqua è di un colore blue scuro e a tratti algosa; la fauna marittima è pressochè nulla e le boe che delimitano il tratto balneabile dalla parte solcata dalle numerose navi da crociera mi mette una tristezza e un senso di claustrofobia. La giornata continua lenta intervallata da qualche margarita. Il lungomare è caratterizzato da una lunga file di negozietti e baretti di pessima qualità che chiudono dopo le 18:00. I cruzeiros affollano Mahahual fino a quell’ora per poi lasciare il villaggio deserto. E’ la prima volta che ci scontriamo con questa modalità ma sarà un tema ricorrente per tutta la riviera. Il tutto è focalizzato sui croceristi che arrivano la mattina presto per poi lasciare le città prima del tramonto. Frequenti sono i beach club che chiudono prima del calar del sole privandoci dell’ora più bella per godersi il mare. Trovo questa pratica un’assurdità e provo disappunto per la massiccia presenza di beach club dove per altro non è possibile l’accesso nemmeno per farsi un bagno. Il mare dovrebbe essere un bene intoccabile, un diritto. Ci lasciamo pertanto Mahahul alle spalle con un misto di disappunto e tristezza. Il peggio però doveva ancora venire. Arriviamo a Playa del Carme dopo esserci fermati al Gran Cenotes. Sicuramente questa pozza di acqua è molto più scenografica rispetto a quella di Bacalar. Siamo immersi in una grotta tra pipistrelli e tartarughe marine. Tuttavia il prezzo di ingresso è esorbitante, circa 20 euro senza avere alcun tipo di servizio all’interno. Molta è la gente che si accalca all’ingresso e il sole che ci inonda è insostenibile. Dopo aver osservato le iguana in posa come delle VIP prendiamo il colectivo che ci porta a Playa. Qui l’atmosfera è molto yankee. Palazzoni e molti turisti. Il traghetto che la collega a Cozumel fa capolino frequentemente nel mare. Dopo un massaggio rilassante in spiaggia siamo pronti a goderci la serata di festa. La città si riempie di luci e i locali dall’aria pettinata sparano musica pop e dance per le strade. Sembra di stare a Las Vegas. Luci, suoni, streep club disco stravolgono le origini di questa città. Sembra una città rifatta per piacere agli americani. La sensazione di vuoto e di artificiale è in ogni locale; non si vedono chiringuito o bar con musica tradizionale come a puerto escondido. Solo discoteche molto occidentali e pettinate che stonano con il posto in cui ci troviamo. Si è al mare ma è come trovarsi in una grande metropoli con le sue luci e le sue tentazioni. Putroppo non solo Playa ma molta della riviera sembra essersi snaturata. Fortunatamente esistono pero furi dai grandi centri comunità e villaggi dove si ha ancora la percezione di natura. Incontriamo infatti un ragazzo americano che da 20 anni vive in uno di questi villaggi e ci racconta del suo rapporto con la natura e della possibilità di far crescere il figlio nel giungla tra liane e cenotes. La possibilità insomma di trovare ancora dell’autenticità in posto così inflazionato e alla merce del dio dollaro.    

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